Regalbuto: rinasce il Partito Socialista Italiano

Riceviamo e pubblichiamo

Nella città che diede i natali a Riccardo Lombardi, una delle figure più originali e significati-ve della storia del movimento socialista italiano, rinasce il Partito Socialista.
Alla presenza del segretario provinciale, Alessio Genovese, di alcuni iscritti e simpatizzanti, è stato nominato coordinatore comunale, l’agrotecnico Salvatore Liuzzo e vicecoordinatore, Vito Maida, politico regalbutese di lungo corso. Maida ha iniziato la sua carriera politica come consigliere comunale nel 1978, con il Partito Socialista Italiano (PSI). È sempre rimasto fedele al suo partito politico e ha ricoperto ruoli come segretario locale e responsabile provinciale del PSI. È stato consigliere comunale per cinque mandati, ha ricoperto il ruolo di assessore e anche di Presidente del Consiglio comunale.

Il neoeletto coordinatore, Liuzzo, ha sottolineato l’impegno della sezione socialista a dare voce a tutti i cittadini che si richiamano ai valori di giustizia sociale, libertà, uguaglianza e trasparenza nell’amministrazione pubblica. Obiettivo principale è quello di presentare, alle prossi-me amministrative, una lista con il proprio simbolo, creando una forte alleanza tra i partiti di centrosinistra per contrastare efficacemente l’avanzata delle forze di destra e difendere i diritti di tutti i cittadini. Prima iniziativa pubblica sarà la raccolta firme per il referendum contro l’autonomia differenziata e a sostegno della campagna “Io voglio scegliere”, referendum per scardinare il sistema elettorale. I quesiti propongono di abolire le norme che impediscono agli elettori di scegliere i propri rappresentanti in Parlamento sottraendo questo potere ai vertici dei grandi partiti, che attraverso il voto congiunto tra candidati uninominali e liste plurinominali, nonché le pluricandidature, riescono di fatto a controllare preventivamente la composizione dell’intero Parlamento. Allo stesso tempo, si propone una legge d’iniziativa popolare per introdurre il voto di preferenza e abolire le liste bloccate.

Sono estremamente soddisfatto, ha dichiarato il segretario provinciale, Alessio Genovese, dell’entusiasmo e dell’impegno di Liuzzo e dei compagni socialisti, in una città con una lunga tradizione socialista. Penso che l’ideale del socialismo debba essere interpretato come passione e impegno, come slancio verso una società più unita e un mondo più giusto e solidale.

Alessio Genovese
Segretario provinciale Partito Socialista Italiano (Enna)

Mafia e dittatura una riflessione di Mario Antonio Pagaria

“Le passioni umane si fermano solo dinanzi a una potenza morale che rispettino. Se manca una qualsiasi autorità di questo tipo, la legge del più forte regna e, latente o acuto, lo stato di guerra è necessariamente cronico.”
È una citazione di Emile Durkheim, padre della sociologia. Non me ne vogliano i sociologi se mutuo questa sua proposizione relativa. Corollario a suddetta citazione è lo stato di subalternità verso un “potere discutibile” , caratterizzato da subcultura, condizione dalla quale non può prescindere chi studia le “patologie” di nuclei sociali “ malati” come quelli su cui si basa la vita di provincia. Quando muoiono gli ideali, difatti, o quando essi sono sopiti, anzi peggio, sedati, da un comune e stereotipato modo di pensare, perisce la società stessa, e si acquisisce un modus operandi “anarchico” ( nell’accezione negativa di disordine caotico ) di impostazione della vita sociale. È un assioma, questo, che difficilmente, passi la presunzione, può essere smontato da qualsiasi aporia, per quanto essa, di spontanea generazione. Ed è così che la gente “obbedisce” ad una scala gerarchica subvaloriale, cui apogeo è significato dal termine “provincialismo” (arretratezza, grettezza, etc.). Una gerarchia sottovaloriale, fondata e basata su bigotti tradizionalismi, eretti a paradigmi negativi, da cui è difficile affrancarsi o affrancare una aggregazione umana e sociale.

Ed ecco che si creano falsi miti, quale quello della confraternita, del club service, del “tifo” parossistico verso squadre di calcio, di associazioni folkloristiche, che confluiscono in una solidarietà di facciata e superficiale, non più questi intesi da una propensione derivante da associazioni di uomini, rivolti al perseguimento del bene comune nella sua aulicitá, ma fini a sé stessi e spogli dei veri valori positivi fondanti , come l’amore e il bene che li dovrebbero caratterizzare ma confluenti in valori negativi, come ansie, paure e frustrazioni. Da ciò scaturiscono falsi leader , prepotenti, cinici, che, possedendo qualche spanna di furbizia ( da non confondere con l’intelligenza) in più rispetto ai loro simili (“la furbizia è il contrario dell’intelligenza più di quanto non lo sia la stupidità”. Cit.) sottomettono gli ingenui, gli sciocchi, al loro modus vivendi, basato sulla dispensazione di diritti, come favori, ingenerando, così, un rapporto di subalternità e di riconoscenza verso il “capetto”locale. E così nascono le mafie, non intese come attrici di spargimento di sangue o collocazione di bombe, ma intese in senso di terrorismo psicologico.

“L’operaio conosce cento parole, il padrone mille; per questo è lui il padrone” (Cit. Don Milani). Ovviamente le mille parole che conosce il padrone, in questo caso, appartengono ad un’aggregazione, il cui lessico è molto povero e consente al padrone stesso, di diventare tale. E così un popolo viene assoggettato, imbrigliato, soggiogato da mille false parole, da mille diritti trasformati in atti di cortesia, dai quali, scaturigine, è il clientelismo e dove il qualunquismo la fa da padrone. Mai può essere più negativo in un “civile consorzio” , quando, partendo dal presupposto che in esso vige o dovrebbe vigere un sistema democratico, di una cattiva e sproporzionata distribuzione del potere politico che proviene da plebisciti o maggioranze bulgare. Così vengono a mancare il confronto, il dialogo, intesi come dualismi o antiteticitá che dovrebbero confluire in una sintesi democratica. È il trionfo dell’arroganza e della prepotenza, È la precursione delle dittature e delle mafie, imperniate queste ultime su una pseudo difesa del debole davanti alla cd negatività delle leggi dello Stato, che bisogna eludere perché “fregano” il cittadino (o il popolano ignorante?). Come fare per evitare tale sistema? Si rende necessario che ogni uomo coltivi interessi davvero culturali e non falsi; interessi culturali, come il cinema e il teatro, che fanno volare lo spirito e generano creatività; i libri, ovviamente, siano essi romanzi, saggi o quanto altro; lo sport non inteso più fra contrapposizioni volgari tra squadre e curve di stadi, da dove provengono spesso odi razziali e violenza, ma lo sport inteso come espressione di una specialità atletica che prescinda dalla esaltazione del vincitore e rispetti lo sconfitto. Solo così l’individuo diventa “animale sociale” rispettoso della legge e delle istituzioni democratiche. Solo così, l’uomo, il cittadino, potrá scoraggiare e sconfiggere la prepotenza e l’arroganza fonti di tutto il malaffare.
Mario Antonio Pagaria

Ospitiamo sulle nostre pagine un breve racconto di Josè Trovato: “Breve storia di Mattia e Daniel, due bambini specialissimi”.

Mattia e Daniel sono due bambini speciali. Speciali davvero, nell’accezione più ampia del termine. Daniel, 7 anni, ha una paralisi dalla nascita ed è costretto a stare sulla sedia a rotelle. Il suo fratellino, un paio d’anni più di lui, gli sorride e gli fa coraggio seduto accanto, mentre attendono il loro turno per la visita ambulatoriale.

“Su questo scoglio di buona speranza scelgo la vita, l’unica salva. E quando penso che sia finita è proprio adesso che comincia la salita. Che fantastica storia è la vita”. Canticchiano Venditti assieme, storpiando un po’ le parole ma intonatissimi, dividendo le auricolari del telefonino mentre mamma fa l’accettazione pochi metri più in là.

Succede tutto l’anno scorso, in autunno, mentre mi trovo all’ospedale Bambin Gesù di Roma. Aspetto anch’io di fare l’accettazione, ma il mio 84 è ancora lontano. Così me ne sto seduto per i fatti miei. Non ricordo i loro nomi, perdonatemi se ne scelgo due a caso. Finita la canzone, Mattia si dev’essere accorto che li sto osservando con mezzo sorriso, e mi dice qualcosa come: “Vuoi che cantiamo più piano?”.

“No, perché? Siete bravissimi, complimenti”.

A quel punto scambiamo due chiacchiere, mentre la loro mamma ci guarda da lontano divisa fra la preoccupazione – vedere un adulto estraneo a parlare con i loro figli – e il sollievo di comprendere che quantomeno li faccio stare buoni per qualche minuto.

“Come hai detto che si chiama il tuo paese? Leonforte?”, chiede Mattia. Chissà perché ma la parola Leonforte lo fa ridere.

“Leonforte, certo. Lo sai perché si chiama così? Perché se arrivi a Leonforte di sera, se guardi le luci del paese da lontano, ti sembra di vedere un leone sdraiato, che sta dormendo”.

Non so perché mi sia tornata in mente questa storiella, che credo di aver inventato da bambino, durante gli spostamenti in macchina con i miei. A loro però piace. Mi chiedono se sia vera. Ovviamente mento.

Non ho mai amato particolarmente fare conversazione, anzi di solito nelle sale d’attesa mi abbandono alla lettura, ascolto musica o mi guardo attorno spaesato; persino pronto a cambiare posto, se a qualcuno venisse in mente di dialogare con me, immaginandolo nei panni di un serial killer psicopatico pronto a rapirmi e farmi a pezzi. Ma loro sono simpatici.

A un certo punto, così, dal nulla Daniel si mette a piangere. Sua madre lo vede e vorrebbe avvicinarsi, ma non può, perché finalmente è arrivato il suo turno. E così, forse avendo capito che non sono un assassino molestatore di bambini, mi fa un cenno come se volesse chiedere di parlargli per tranquillizzarlo.

“Cos’è successo Daniel?”, gli chiedo.
“Mattia mi ha picchiato!”.
“Mattì, lo hai picchiato?”.
“No, ma quando?”.
“Mi ha dato un calcio”.
“Gli hai dato un calcio?”.
“No, forse l’ho sfiorato mentre mi spostavo…”.
“Allora chiedigli scusa…”.
“Scusa Dani, ma ti sei fatto male?”.
“No, ma non mi prendere a calci”.
“Ti voglio bene, Dani, non l’ho fatto apposta. E non piangere… non piangere sempre”.
“Anch’io ti voglio bene”.

Mattia lo abbraccia e piangono un po’ assieme. Il tutto dura un paio di minuti. Dopo un po’ arriva la madre, che mi saluta ringraziandomi e scusandosi se mi avessero infastidito. Rispondo che anzi mi hanno fatto compagnia, e così ci salutiamo.

Ora. Io non sono esattamente la persona più incline alle emozioni, ma quella scena non riuscirò mai a dimenticarla. Quella mamma che da lontano li osservava con gli occhi lucidi, e che forse aveva assistito a scene simili mille volte; e le lacrime del fratello maggiore, che aveva solo nove anni, rimarranno impresse per sempre nel mio cuore.

È una storia vera. Non l’avevo mai raccontata. Stanotte però mi è tornata in sogno. E oggi lo faccio, raccontarla, perché vorrei dedicarla a tutte le mamme e a tutti i bambini speciali, specialissimi, che frequentano l’Oasi di Troina. Sono circondati da angeli custodi in camice e mascherine. Angeli custodi che in questi giorni stanno vivendo, assieme a loro e assieme a queste famiglie, una sfida difficilissima.

Ma sono loro, i bambini, i nostri angeli. Soprattutto i nostri ragazzi speciali. E ne verremo fuori.

Josè Trovato

La convenzione dell’ASP: il punto di vista del proprietario del Park Hotel Paradiso, Silvio Praino

Riceviamo e pubblichiamo

Con la presente voglio chiarire molti punti oscuri, e fugare possibilmente molte maldicenze, inerenti la convenzione stipulata da me, proprietario del Park Hotel Paradiso di Piazza Armerina, e l’ASP di  Enna. Molte imprecisioni sono state dette dalle persone cointeressate direttamente e non, ma specialmente le notizie sentite e riportate, da bocca in bocca, tramite i social, hanno fatto scatenare un putiferio e molta cattiveria, che giova solo a livello politico, a tutti coloro che vogliono, anche in questi momenti delicati, fare opposizione a qualsiasi prezzo pur di aumentare il loro livello di gradimento, noncuranti di calpestare la dignità umana degli interessati e inducendo gli sprovveduti a fare gesti inconsulti.

Innanzitutto è giusto precisare che senza alcuna raccomandazione ho firmato una convenzione con l’ASP di Enna, per 30 camere, per ospitare i pazienti asintomatici, paucoasintomatici e le persone che dovranno fruire di un periodo di quarantena.

I servizi da me offerti sono o dovrebbero essere solo quelli della fornitura di una camera con il minimo indispensabile di arredamento (letto, comodino, materasso, coperte,  TV, WiFi, acqua calda e fredda e tovagliato per il bagno), i pasti da fornire, eventualmente, dovranno essere serviti in vaschette con materiale monouso e dovrebbe essere dietro la porta di ciascuna stanza senza contatto alcuno con l’ospite.

L’unica prestazione d’opera fornita dalla struttura sarebbe quella del custode, attiva 24 ore su 24 che dovrebbe controllare, tramite telecamere,  già installate, chiunque entra o esce dalla struttura, permettendolo solo al personale autorizzato dall’ASP. Nel  caso di chiamate di emergenza dalle stanze, il custode sarebbe tenuto ad avvertire  l’ASP, la quale sarebbe tenuta a prendere i dovuti provvedimenti.

L’ASP invece dovrebbe provvedere alla sanificazione quotidiana degli ambienti, cosa che ha già fatto a partire da venerdì e poi quotidianamente in tutte le stanze in base alle presenze. Tale convenzione quindi non prevede assolutamente la necessità né di medici né di infermieri.

 Iniziamo ora a chiarire i punti oscuri e le incomprensioni, scusate la cattiveria, dettate solamente da beghe politiche. Il signor sindaco non c’entra nulla con la convenzione firmata, difatti due settimane fa, data l’emergenza verificatasi al Chiello nel reparto di medicina, con il decesso per coronavirus di una paziente, a livello solo precauzionale, mi chiese la disponibilità di alcune stanze, per eventualmente, in assoluta emergenza, ospitare medici e infermieri in attesa di tampone. Non fu fatta convenzione alcuna, ne contrattazione, e diedi l’assenso precisando che alcunché di onere avrei richiesto all’amministrazione per tale emergenza, per cui allertai tutto il mio personale per ripristinare tutti i servizi per poter degnamente ospitare i sanitari di cui sopra, dal momento che la struttura alberghiera è inattiva.

Fino a quel momento non si parlava assolutamente di ricerca di strutture alberghiere ne da parte del comune, ne da parte della ASP, per cui il signor sindaco nulla ha tenuto nascosto. Quest’ultimo venne a conoscenza della convenzione solo quando fu informato da me che era venuta la commissione a fare il sopralluogo, e solo dopo pochi giorni, dopo aver ricevuta da me comunicazione di avvenuta sanificazione da parte dell’ASP, il sig sindaco accompagnato dal  comandante dei vigili urbani dottor Gabrieli e dal dott. Mirci, responsabile della protezione civile, si recò in struttura per accertarsi che la commissione sanitaria avesse oculatamente visto i luoghi.

A onor del vero, lasciarono la struttura convinti della bontà della stessa, poiché si accertarono personalmente che alcuna commistione era possibile con la casa di riposo ivi allocata, sia per la distanza, sia per i servizi offerti. Confermo che in alcun modo il signor sindaco è intervenuto nella scelta della struttura, poiché non di sua competenza. Il 27 marzo  sulla Gazzetta Regionale uscì il bando del Presidente della Regione, tramite il quale si chiedeva la disponibilità a strutture alberghiere con almeno 100 camere di poter partecipare alla selezione per poterle fare fruire alle ASP Regionali. Fatte le dovute valutazioni, presentai per PEC la richiesta direttamente all’assessorato alla sanità Palermo, dando disponibilità di 80 camere. Lunedì 30 marzo ho ricevuto il sopralluogo in struttura da parte del Dott. Cassarà accompagnata dalla Dott.ssa Cillia e dall’ ingegnere Cordovana dell’ASP, gli stessi, dopo aver chiesto tutte le autorizzazioni vigenti e aver visionato tutti gli ambienti inerenti le 80 camere, messi a conoscenza dal mio personale dell’esistenza di ulteriore 15 camere adibite a centro per anziani, dove alloggia pure  mio padre, decidevano, a livello di massima cautela e precauzione, di convenzionare solo 30 camere di tutto il complesso alberghiero.

Su questa decisione sono stato oltremodo concorde, poiché la struttura prescelta è totalmente isolata non solo dalla casa di riposo, circa 350 m, ma anche dal resto della struttura alberghiera poiché ha una propria via di accesso, spazi comuni totalmente disimpegnati, ed è al massimo della sorvegliabilità. Quindi in questo caso devo apprezzare l’oculatezza e la professionalità del Dott Cassarà e della dott.ssa Cillia nell’aver scelto le sole 30 camere che appartengono ad una struttura totalmente isolata e che ha tutte le caratteristiche per la specifica fruizione, come lo stesso Dott.  Cassarà ha confermato in videoconferenza.

Ci tengo a precisare che il dottor Cassarà valutò tutti i percorsi e si accertò dell’impossibilità assoluta di accedere dalla struttura prescelta al resto del complesso alberghiero e della casa di riposo. Lo stesso giorno la commissione visitò un’altra struttura in centro città, che è in attesa di valutazione a quanto mi risulta. Vi invito a pensare al fatto che  qualsiasi altra struttura sarebbe allocata in centro città con accanto locali o appartamenti nei quali abitano anziani più o meno autosufficienti, per cui non penso che l’eventuale rischio possa essere minore, ma senz’altro maggiore. Ultima precisazione che voglio fare è quella di non aver mai detto alla mia amica Onorevole Luisa Lantieri che l’ASP avrebbe provveduto alla presenza di medici e infermieri in suddetta struttura, poiché tali eventuali ospiti non necessiterebbero di cure mediche, altrimenti dovrebbero essere ricoverati in ospedale.

Vorrei scusarmi ulteriormente con l’Onorevole LANTIERI, se in quei pochi secondi che conferii telefonicamente con lei, per amichevolmente salutarla e informarla di una ipotetica convenzione con l’ASP, le feci capire che quest’ultima fornisse tale servizio. Ricordo però che, proprio nel momento in cui parlavo con lei, squillò un altro mio telefonino, e mi venne comunicato che in struttura era arrivata la commissione ASP per il sopralluogo. Avendomi detto la stessa che era a conoscenza del sopralluogo, chiesi scusa e terminai la conversazione dovendomi dedicare alla suddetta commissione. Rinnovo le mie scuse alla Onorevole Luisa Lantieri qualora, per la fretta di concludere la conversazione, io abbia potuto far capire qualcosa di distorto.

Infine non riesco a capire la motivazione di tutte le maldicenze in merito a tale convenzione, vorrei che il popolo sappia che, come è successo al Villa San Mauro di Caltagirone, la struttura potrebbe essere requisita, io non ho fatto altro che concedere la disponibilità, penso cosa doverosa in questi momenti, e sono tranquillo con la mia coscienza che le 30 camere hanno tutti i requisiti richiesti, ivi compreso la assoluta assenza di promiscuità con la casa di riposo.

Silvio Praino

Un intervento dell’avvocato Chiricosta: “Non curerò per scelta cause contro medici e ospedali”.

Riceviamo dall’avvocato Giovanni Chiricosta e pubblichiamo 

Premetto che non voglio essere né da esempio né farmi pubblicità: questo articolo vuol essere solo un avvertimento nei confronti di alcune persone che potrebbero desiderare la mia collaborazione, ed a cui dirò di no in anticipo. NO a cause nei confronti di medici/ospedali per danni da Coronavirus.

Accogliendo e condividendo quanto affermato da AIGA in proposito, non seguirò cause contro medici, operatori sanitari e/o aziende sanitarie per infezione da Coronavirus, e ciò sia che siate malati sia che siate voi stessi operatori sanitari. In questo periodo stiamo vivendo circostanze eccezionali, ed in tali circostanze medici, paramedici ed aziende sanitarie stanno facendo uno sforzo titanico per operare al massimo delle loro possibilità.

Fargli causa per aver svolto il loro lavoro in condizioni critiche è una cosa che non solo considero indegna come persona prima ancora che come avvocato, ma anche dal punto di vista meramente giuridico considero una strada in salita; ben difficilmente, infatti, tali cause, civili o penali che siano, supereranno lo scoglio dell’onere della prova: come provare di aver contratto il virus da un medico, o in una stanza d’ospedale, anziché andando a fare la spesa?

Premesso che non sono un biologo e le mie scarse nozioni di medicina legale derivano da stagioni di CSI più che dall’Università, teoricamente in qualche caso si riesce ad analizzare l’RNA dei virus e la risposta immunitaria tra due soggetti per accertare scientificamente che una persona ne abbia infettata un’altra (in passato si è fatto con l’AIDS), ma durante un epidemia ciò è praticamente impossibile, e mi piacerebbe qualche commento di un biologo in proposito.

Andatevi a leggere la giurisprudenza sulle infezioni sanitarie, e scoprirete che non è così facile ottenere un risarcimento: se qualche collega vi promette di specularci, in realtà ci speculerà solo lui.

NO ad impugnazioni di violazione delle varie ordinanze di coprifuoco

In questo giorni la maggior parte delle violazioni è stata depenalizzata (non tutte), quindi il problema resta semplicemente amministrativo, quindi impugnazioni al giudice di pace o al prefetto. Si tratta di procedimenti elementari (al di là dell’esito, sempre incerto), e la tentazione di occuparmene, anche per guadagnare qualcosa in questi tempi incerti, sarebbe forte. Poi mi ricordo che parte della colpa di questi tempi incerti è anche di chi ha violato il coprifuoco mentre io stavo a casa, e la tentazione mi passa.

No a prestazioni gratuite quali pareri o gestioni pratiche legate alle ultime ordinanze e ai vari benefici fiscali

Il governo ha emanato e continuerà ad emanare della norme in vari settori (principalmente ma non esclusivamente nel settore fiscale e previdenziale) per fronteggiare l’inevitabile crisi economica. Per questi benefici, bonus e/o sussidi comunque nominati è prevista una certa procedura più o meno complessa che, come già avvenuto per il “reddito di cittadinanza”, la maggior parte degli utenti non è in grado di gestire autonomamente. In tale settore non effettuerò alcun tipo di prestazione gratuita, e non perché le persone non ne abbiano effettivamente bisogno, ma perché ci sono già molti soggetti che effettuano questo tipo di servizi gratuitamente, oltre la mole di informazioni disponibile in rete. D’altronde anche i legali rientrano tra le categorie in crisi, ed effettuare prestazioni legali (cosa che molti clienti dà per scontato) non servirà a far ripartire né la categoria né il singolo professionista.

Al di fuori di queste tre prestazioni il nostro studio è e resta disponibile per i propri clienti, ed in proposito ci stiamo attrezzando per lo smart working e le video conferenze, per essere vicini alla clientela anche a distanza.

Dall’intelligenza collettiva del gregge alle comunità nel tempo dell’epidemia. Di Marco Milazzo, presidente associazione Vita 21 Enna

Riceviamo e pubblichiamo. 

Gli studiosi dei comportamenti degli animali che hanno osservato le dinamiche delle greggi, parlano di intelligenza collettiva come quella “strategia di cooperazione all’interno di un gruppo che permette di collaborare unendo le competenze e l’affidabilità dei singoli”. In questo modo il gregge può perseguire tre obiettivi: difendere i più deboli, sopravvivere ai predatori e mangiare. E già solo questo è molto interessante.
La parola gregge oggi però è molto più associata ad immunità.
L’immunità di gregge è un meccanismo che si instaura all’interno di una comunità per cui se la grande maggioranza degli individui è vaccinata o ha sviluppato spontaneamente immunità, limita la circolazione di un agente infettivo, andando in questo modo a proteggere anche le persone più fragili che non possono sottoporsi a vaccinazione, magari per particolari problemi di salute.

Come si instaura l’immunità di gregge? L’immunità di gregge si costruisce in due modi: o con il vaccino o in modo spontaneo, come accade per la “normale” influenza. Gli scienziati ancora non si sono pronunciati sulla disponibilità di un vaccino e sulla relativa possibilità di sviluppare immunità come conseguenza della Covid 19. Per questo motivo il principio dell’immunità di gregge, che Boris Johnson aveva colpevolmente prospettato come strategia per arginare gli effetti dell’epidemia, non è applicabile. Le centinaia di migliaia di vittime di cui il premier inglese aveva parlato come prezzo da pagare per difendere il resto del suo popolo, sarebbero state un sacrificio drammaticamente inutile e infinitamente penoso. Per fortuna il sempre poco pettinato primo ministro inglese è ritornato sui suoi passi, applicando il “modello Italia” alla sua nazione. E’ sembrato che gli inglesi lo abbiano perdonato velocemente ricordando il successo ottenuto con la Brexit: tutto è poco di fronte all’indipendenza.
Il vaccino del comportamento. In attesa di un vaccino da inoculare, stiamo ottenendo un effetto analogo modificando i nostri comportamenti. Così come l’immunità anticorpale respingerà la Covid 19, anche tutte le azioni che ormai ben conosciamo e che stiamo mettendo in atto servono a bloccare la possibilità della SARS-CoV-2 di farsi strada nella popolazione. Questi comportamenti – una sorta di immunità di gregge comportamentale – riducono la trasmissibilità della Covid 19 e proteggono le fasce più a rischio della popolazione. Come un vaccino, ma disponibile da subito.

Gregge o comunità? Riporto un passaggio di un’intervista al prof. Alberto Montanari, direttore scientifico dell’ospedale Humanitas, rilasciata a Sky Tg 24 solo qualche giorno fa: “Preferisco parlare di una immunità della comunità, non mi piace sentirmi una pecora. A me piace sentirmi un membro di una comunità solidale e di una comunità solidale che difende i più deboli, nel nostro caso le persone più anziane”.
Le comunità stanno prendendo coscienza di una nuova dimensione, che speriamo le caratterizzi anche dopo l’emergenza: quella di avere in sé tutti i mezzi per fare fronte ad ogni circostanza negativa che possa svilupparsi in essa. Ma perché ciò avvenga servono almeno tre cose: che ciascuna persona che le compone consideri la propria vita e i propri comportamenti in relazione ai propri simili, che si dimostri affidabile rispetto alle consegne utili per la collettività e che metta a disposizione di tutti le proprie competenze. Questo, in fondo, lo abbiamo già appreso dalle pecore.
Marco Milazzo
Pres. Associazione Vita 21 Enna

Maria Grasso: “In Italia il femminicidio  è l’unico crimine che non diminuisce”.

Qualche settimana fa era stata strangolata a Castelvetrano  Rosalia , ieri è toccato a Romina oggi è stata la volta di  Loredana a pagare con la sua vita la  scelta di separarsi dall’ex così come le altre due donne prima di lei . Loredana aveva quarant’anni e due figli e si era separata lo scorso anno dall’uomo che stamattina a  Catenanuova –  paese in cui entrambi vivevano-  l’ha uccisa sparandole a bruciapelo due colpi di  pistola. Queste le scarne notizie che trapelano dagli articoli di stampa e dai notiziari, ma noi, dei centri antiviolenza che ogni giorno accogliamo le donne e ne ascoltiamo i racconti alle volte raccapriccianti, sappiamo che dietro le espressioni, spesso buttate lì senza senso,  c’è tutto un vissuto di dolore e di sofferenza che  dura da anni e che coinvolge anche  figli e  figlie.

Loredana non aveva mai denunciato e adesso che è stata ammazzata in tanti e in tante si chiederanno perché mai non l’abbia fatto. Noi operatrici dei Centri antiviolenza che conosciamo  bene quali sono le dinamiche che “impediscono” ad una donna di non denunciare sappiamo anche  quanta  paura, quanta vergogna e quanta  certezza che tanto lui, il padre dei miei figli, non mi farà mai del male risiede in una donna che non trova il coraggio di denunciare.  Possiamo immaginare  quali sono stati  i pensieri di Loredana prima di prendere la decisione di lasciare il suo carnefice, il padre dei suoi figli. Mai e poi mai Rosalia, Romina  Loredana e tutte le altre prima di loro avrebbe immaginato di poter diventare vittime di femminicidio, mai, Loredana,  avrebbe pensato che quell’appuntamento per discutere che lui le aveva chiesto  sarebbe diventato l’appuntamento con la morte. La sua.

In Italia il femminicidio  è l’unico crimine che non diminuisce, ma che è aumentato del 10% negli ultimi 15 anni rispetto agli altri omicidi  e se in termini assoluti gli omicidi nel nostro paese sono diminuiti di quasi la metà, i femminicidi al contrario si mantengono costanti. Stragi che si perpetrano in famiglia, per la maggior parte dei casi l’omicida è il coniuge della vittima (44%), ex (16,5%) o partner/amante (3,5%) . [dati Eures 2016]. Vere e proprie esecuzioni pubbliche , stragi spesso annunciate e in un terzo dei casi la donna aveva denunciato il maltrattante e nel 69% dei casi le violenze erano conosciute da familiari e/o amici. Continuiamo a ripetere come operatrici dei centri antiviolenza ,quanto pesi la sottovalutazione della violenza intrafamiliare  che, nonostante la legislazione si sia fatta più restrittiva, non ha impedito che ogni tre giorni una donna venga ammazzata. L’avere costituito presso gli Uffici della Procura di Enna un pool di magistrati che si occupa di violenza intrafamiliare purtroppo non basta.  Questo fenomeno è ancora troppo poco conosciuto, sia nelle sue dinamiche sia nelle conseguenze che esso porta, da parte dei servizi e delle istituzioni che nel territorio dovrebbero occuparsi di prevenire e contrastare gli episodi di violenza, garantendo tutela e protezione alle donne e ai/alle loro figli/e.

Molto spesso, e le ultime sentenze  ne sono la dimostrazione, la donna viene ritenuta colpevole se non  addirittura  causa della violenza stessa, viene giudicata per non essersene andata in tempo, quando la violenza era ancora “lieve”,  pregiudizialmente non viene creduta  o viene lasciata sola. Solo qualche giorno fa una ministra  della Repubblica aveva dichiarato che questo famoso codice rosso di cui tanto si parla  avrebbe finalmente “scremato” le  donne isteriche da quelle veramente maltrattate facendo intendere che la violenza è denunciata da donne isteriche che vogliono vendicarsi di qualcuno o di qualcosa sminuendo così la portata del problema. La violenza  è un problema culturale – lo ripeteremo fino allo sfinimento – che pone la donna in una posizione di subordinazione rispetto all’uomo sia all’interno della famiglia, sia nella società e che determina così rapporti di potere diseguali che cominciano con le discriminazioni, continuano con le violenze e si chiudono con i femminicidi. Per affrontare questo fenomeno è necessario un enorme  lavoro di rete e un profondo cambiamento culturale che deve necessariamente e in primis partire dal riconoscimento della dimensione del problema e delle cause ad esso legate. Solo se si guarderà senza pregiudizi  allo squilibrio di potere tra uomini e donne nel lavoro, in famiglia, in politica e nella società potremo finalmente intraprendere politiche specifiche e mirate in grado di superare queste diseguaglianze che portano una donna su tre nel nostro Paese a vivere nella violenza.

E’ necessario partire dal sistema educativo prevedendo percorsi di educazione all’affettività e sugli stereotipi di genere per arrivare a scardinare quei ruoli atavici che relegano le donne a brave madri di famiglia e gli uomini a lavoratori instancabili che si sacrificano per  mantenere moglie e figli. C’è soprattutto  bisogno di formazione degli operatori sociali e socio sanitari, dei magistrati e  delle forze dell’ordine  e di tutti coloro che a vario titolo entrano a contatto con questo problema. Da circa dieci anni  il centro antiviolenza Donneinsieme Sandra Crescimanno  è impegnato nel contrasto alla violenza contro le donne, attraverso un sistema di accoglienza che prevede tre sportelli antiviolenza  a Piazza Armerina, Enna e Nicosia ed è impegnato da sempre in importanti attività di sensibilizzazione, comunicazione e soprattutto formazione nelle scuole e tra i giovani. Questo purtroppo è un comunicato stampa che non possiamo chiudere se non invitando le donne a denunciare sempre  i casi di maltrattamento e di violenza , ad affidarsi ai centri antiviolenza dove operano operatrici formate all’ accoglienza e a continuare a credere nella giustizia e nella preparazione di giovani magistrati impegnati  in prima linea nell’affrontare questa piaga sociale. Per Loredana e per altre altre donne , per gli orfani  e le orfane continueremo, senza stancarci mai  nel nostro lavoro facendoci voce di chi ormai voce  non ha.

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