La Sicilia, si sa, non si limita a votare: sperimenta. Quando si aprono le urne nell’isola, l’impressione è sempre quella di guardare dentro una stanza dei bottoni dove le regole della fisica politica nazionale si flettono e si ricompongono in forme del tutto inedite. La recente tornata delle elezioni amministrative, che ha chiamato al voto ben 71 comuni, ha scattato una fotografia che somiglia molto a un avvertimento per i grandi partiti romani. Mentre nel resto del Paese il centrodestra riesce a mantenere una tenuta solida e lineare, in Sicilia la macchina della coalizione ha accusato una brusca frenata, finendo fuori strada nei tre capoluoghi di provincia. Nessuna conquista al primo turno. Una battuta d’arresto figlia di spaccature interne, veti incrociati e una conflittualità latente che, alla fine, ha finito per spianare la strada al campo progressista e a quel civismo autonomista che da queste parti ha radici profonde come gli ulivi.
Il plebiscito di Messina e la forza del territorio
Se c’era una sfida capace di catalizzare l’attenzione di tutti gli osservatori, quella era Messina, l’unica vera città metropolitana al voto in questa sessione. Il verdetto è stato un terremoto silenzioso ma implacabile: Federico Basile ha stravinto. Sostenuto dallo schieramento civico e territoriale guidato dall’ex sindaco Cateno De Luca, Basile non si è limitato a vincere al primo turno, ma ha letteralmente polverizzato la concorrenza, guadagnando ben dieci punti percentuali rispetto alle precedenti elezioni.
È un dato che va ben oltre la cronaca locale. Questo voto suona come una bocciatura sonora per lo sfidante del centrodestra, Marcello Scurria, che pure godeva del fortissimo e visibile appoggio della parlamentare di Forza Italia Matilde Siracusano. Messina si conferma così il fortino inespugnabile del movimento di De Luca, un laboratorio politico totalmente sganciato dai tradizionali poli nazionali che ora guarda alle elezioni regionali del 2027 con l’ambizione di chi sa di avere le carte in regola per sparigliare l’intera partita isolana.
Il ritorno del Barone rosso a Enna e l’incognita di Agrigento
Spostandosi nell’entroterra, la politica siciliana regala un altro dei suoi colpi di teatro teatrali con il ritorno trionfale di un volto storico: Mirello Crisafulli. Noto da sempre come il “Barone rosso”, Crisafulli si è ripreso Enna con un’ampia vittoria personale. La vera particolarità? Ha vinto senza esporre il simbolo ufficiale del Partito Democratico, costruendo attorno a sé un asse trasversale che ha dell’incredibile. Nella sua coalizione hanno trovato posto la Lega, la Democrazia Cristiana e l’Udc. È la dimostrazione plastica di come, nei piccoli e grandi centri dell’isola, il peso specifico delle persone e la conoscenza millimetrica del territorio contino ancora molto più dei confini ideologici e dei simboli di partito.
Tutt’altra aria si respira ad Agrigento, dove i giochi sono rimasti drammaticamente aperti e tutto è rimandato al ballottaggio tra due settimane. Michele Sodano, volto del movimento Controcorrente guidato dal deputato Ismaele La Vardera, ha accarezzato il sogno di una vittoria immediata, fermandosi però a un soffio dal traguardo con il 39,10% delle preferenze. Tra quindici giorni si troverà a tu per tu con Dino Alonge, l’esponente scelto da un massiccio cartello di centrodestra (Fratelli d’Italia, Forza Italia, Mpa e Autonomisti) che ha raccolto il 34,7%. Saranno due settimane di passione, dove ogni singolo voto andrà conquistato casa per casa.
Dinastie, conferme e scivoloni nei centri minori
Uscendo dai capoluoghi, la mappa del voto si colora di storie umane e dinastie familiari che raccontano molto della sociologia politica siciliana. Nei comuni minori la scommessa del quorum è stata vinta quasi ovunque: in cinque dei sei municipi con un solo candidato in corsa, i cittadini si sono recati alle urne in extremis garantendo la validità dell’elezione.
A Raffadali, nel cuore dell’agrigentino, abbiamo assistito a un vero e proprio passaggio di testimone generazionale all’interno dello stesso nucleo familiare. Silvio Cuffaro, fratello dell’ex presidente della Regione Totò Cuffaro, ha ceduto il passo alla nipote Ida Cuffaro. Nemmeno trent’anni e una vittoria schiacciante, un plebiscito che racconta quanto certi cognomi mantengano un’eco profonda nell’elettorato. A Ribera si impone con forza Carmelo Pace, deputato regionale e capogruppo della Democrazia Cristiana, mentre nel Palermitano il centrodestra riesce a strappare un sorriso espugnando Carini con Rossella Govello, interrompendo un decennio di egemonia del centrosinistra. Di contro, la coalizione deve fare i conti con una macerazione interna a Marsala, dove l’ex sindaca Giulia Adamo ha vissuto una notte amara, fermandosi a un misero 15% dei consensi.
I tormenti del centrodestra e la lunga marcia verso il duemilaventisette
Cosa resta, dunque, sul tavolo dopo che lo spoglio si è concluso? Sicuramente un forte mal di testa per i vertici regionali dei partiti tradizionali. Il centrodestra esce da questa tornata con le ossa un po’ rintuzzate, penalizzato da una frammentazione interna che a Roma credevano arginabile e che invece nell’isola è esplosa in tutta la sua evidenza.
La lezione di queste amministrative è chiara: l’elettorato siciliano punisce i litigi di palazzo e premia la presenza, la prossimità, le liste civiche capaci di parlare la lingua della quotidianità. La lunga marcia verso il rinnovo dell’Assemblea Regionale Siciliana è ufficialmente iniziata. I leader dei partiti dovranno ridisegnare in fretta le proprie geometrie interne se non vogliono che il laboratorio siciliano si trasformi, per loro, in un definitivo esperimento fuori controllo.
Attilio Franchi per StartNews