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Ci fu un tempo, agli albori di questa rivoluzione digitale, in cui guardavamo a piattaforme come Facebook, X o LinkedIn con gli occhi lucidi di speranza. Credevamo di aver costruito l’agorà perfetta, un luogo dove il dialogo avrebbe arricchito le nostre vite e abbattuto le distanze. Oggi, guardandoci indietro e osservando i nostri schermi, ci rendiamo conto che quei luoghi si sono irrimediabilmente trasformati. Da luminose piazze virtuali di comunicazione, sono degradati in paludi reali, fatte di discussioni melmose in cui si fatica a restare a galla e dove la verità affonda sempre più giù.
Il paradosso della competenza azzerata
In questa melma digitale, si consuma quotidianamente una delle tragedie più silenziose della nostra epoca: la morte della competenza. Sui social, il parere di un professore universitario che ha dedicato un’intera vita allo studio, sudando su tomi e pubblicando decine di ricerche, viene impietosamente messo in discussione dal primo che passa. Le piattaforme, per la loro stessa natura algoritmica, conferiscono a entrambi un peso espositivo identico. L’ignoranza urla tanto quanto la saggezza, a prescindere dalle reali conoscenze possedute. Il risultato? Una bocciatura totale di questi strumenti, che invece di illuminarci ci confondono, suscitando dubbi infondati e producendo ignoranza proprio lì dove, in teoria, esistevano tutti i presupposti per diffondere la conoscenza.
L’infezione della violenza nella vita reale
Ma forse l’aspetto più doloroso di questa deriva è ciò che i social stanno facendo a noi come esseri umani. Ci imbruttiscono, ci innervosiscono, ci rendono semplicemente peggiori. Basta uscire per strada, entrare in un ufficio o guidare nel traffico per notare un fenomeno nuovo, eppure sempre più drammaticamente evidente: la rabbia digitale ha bucato lo schermo. C’è molta più gente di un tempo che tenta di trasferire nella vita reale la stessa, identica violenza verbale e psicologica con cui interviene online. Le persone sembrano vivere in uno stato di continua allerta, i muscoli tesi, sempre pronte ad aggredire. Abbiamo interiorizzato l’atteggiamento da tastiera e lo stiamo riversando sulle nostre strade e nelle nostre relazioni. Ci nutriamo di polemiche, violenza verbale e ne restiamo coinvolti.
Rovistare tra i rifiuti per nutrire la mente
Oggi i social network sono diventati un ricettacolo di amenità, un’accozzaglia di stupidaggini. E persino quegli spazi nati con buone intenzioni finiscono per trasformarsi in discariche tossiche, inquinati dal contributo di chi vive profonde frustrazioni personali, di chi è semplicemente sciocco o, peggio, di chi agisce con pura cattiveria. Intendiamoci, queste piattaforme mantengono un’utilità pratica e spicciola: vanno benissimo se devi cercare un B&B per il weekend, recensioni su un ristorante o un’offerta speciale. Ma se cerchi un confronto su argomenti seri, se cerchi vera informazione, ti trovi inequivocabilmente nel luogo sbagliato. È esattamente come pretendere di rovistare tra i rifiuti sperando di trovarvi cibo sano e nutriente per la mente.
Un ritorno alle origini per salvare noi stessi
Qual è, dunque, la via d’uscita da questo labirinto di mediocrità? Da un punto di vista strettamente informativo e costruttivo, l’unica possibilità reale sembra essere il ritorno ai gruppi chiusi, veri e propri recinti protetti dove argomenti delicati e complessi vengano discussi esclusivamente tra comprovati esperti. Per quanto riguarda l’accesso generale, è giunto il momento di una riflessione drastica a livello sociale: piattaforme del genere andrebbero vietate ai minori, per proteggerli da un ambiente così ostile e dannoso dal punto di vista formativo. Ma anche noi maggiorenni dovremmo smettere di usarli con questa disinvolta ingenuità. Dovremmo guardarli sempre con grande sospetto, dando loro solo il peso marginale che meritano. Quello che ci serve, urgentemente, è una nuova forma di educazione, un percorso che parta da un principio essenziale che stiamo dimenticando: il rispetto per noi stessi, che parte innanzitutto da quali strumenti usiamo per nutrire il nostro cervello.
L’eleganza del sito web e la bellezza di vivere disconnessi
Eppure, in mezzo a questo frastuono, sta emergendo una controtendenza silenziosa, ma meravigliosa. Chi ha avuto il coraggio di staccare la spina racconta di una ritrovata serenità, di un respiro più profondo e di giornate finalmente vissute, non più semplicemente “scrollate”. Si vive immensamente meglio senza il brusio costante dei social. Per le persone di cultura, per chi ama la profondità e l’analisi, affidare oggi il proprio pensiero a queste piattaforme è diventato un atto quasi squalificante: significa svalutare le proprie idee, gettandole in pasto a un’arena che non vuole capire, ma solo sbranare. Ecco perché é auspicabile il ritorno intimo ed elegante del sito web personale. Una vera e propria casa digitale, costruita su misura, dove si accoglie chi bussa con educazione. In questo rifugio, gli autori tornano a dialogare: rispondono in privato e in modo approfondito solo a quegli interventi che si dimostrano intellettualmente all’altezza, scegliendo poi di rendere pubblici esclusivamente i contributi migliori e più costruttivi. Non più una piazza vociante, dunque, ma un salotto letterario dove, finalmente, si torna a respirare aria pulita e a nutrire l’anima. Meglio una cultura per pochi che una cultura inquinata.
Nicola Lo Iacono