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Trigoria e il vivaio: come la Roma prova a costruirsi in casa

Pubblicato il 7 Agosto 2026 da Letto da 2.951 utenti

Nel calcio italiano il settore giovanile è il reparto di cui tutti dicono di volersi occupare e che quasi nessuno mette al centro delle proprie scelte. La Roma, nell’estate 2026, ha fatto due mosse che vanno nella direzione opposta e che meritano di essere lette insieme: ha cambiato la guida del settore giovanile, affidandola a Massimo Margiotta, e ha consegnato la panchina della Primavera a un tecnico di trentadue anni cresciuto interamente dentro il club.

Si chiama Mattia Scala ed è il più giovane allenatore mai messo alla guida della Primavera giallorossa. La sua nomina, arrivata dopo la separazione consensuale da Federico Guidi è la conseguenza di un percorso pianificato in ogni dettaglio.

Chi è Mattia Scala e perché la scelta ha una logica

Come riportato anche da ForzaLupi.it, il magazine di riferimento per tutti gli appassionati di calcio e della Roma, Scala è arrivato a Trigoria cinque anni fa e ha ricoperto quasi tutte le categorie giovanili, dall’Under 14 all’Under 18, passando per Under 15 e Under 16, dopo un periodo di lavoro a fianco di Alberto De Rossi, l’allenatore che per due decenni ha occupato la panchina della Primavera giallorossa. Significa che i ragazzi che troverà in rosa la prossima stagione, in buona parte, li ha già allenati.

È il modello che i club europei più solidi applicano da tempo: un tecnico che segue una generazione lungo il percorso, o quantomeno un metodo di lavoro condiviso tra tutte le annate, in modo che un ragazzo che passa dall’Under 16 alla Primavera non debba imparare un calcio diverso ogni dodici mesi. La continuità didattica vale più del nome sulla panchina, e produce risultati misurabili sul numero di giocatori che arrivano davvero in prima squadra.

Accanto a Scala, il nuovo assetto prevede una struttura rinnovata a coordinare l’intero settore giovanile. È il tipo di riorganizzazione che si giudica sui tempi lunghi, non su un girone d’andata.

Perché un giocatore cresciuto in casa vale il doppio

Qui entra la parte che riguarda i conti, e che spiega perché il vivaio costituisce una voce strategica di bilancio.

Il primo motivo è contabile. Quando un club vende un giocatore acquistato sul mercato, la plusvalenza si calcola sottraendo al prezzo di vendita il valore residuo del cartellino, cioè quanto resta da ammortizzare. Un calciatore formato nel proprio vivaio, invece, entra a bilancio con un valore prossimo allo zero: se viene ceduto, l’intero incasso diventa plusvalenza. È il meccanismo che ha permesso ad alcuni club italiani di chiudere bilanci difficili senza smantellare la squadra, ed è il motivo per cui i giovani di proprietà sono l’asset più flessibile di una società.

Il secondo motivo è regolamentare e riguarda le competizioni europee. La lista UEFA ammette un numero chiuso di calciatori, con una quota obbligatoria riservata a giocatori formati localmente, e una parte di questa quota deve essere composta da giocatori cresciuti nel club stesso. Chi non ha vivaio deve comprarli sul mercato, e i giocatori formati in Italia costano più dei loro pari valore stranieri proprio perché la domanda è drogata da questo vincolo. Per una squadra che torna in Champions, come la Roma nella stagione 2026-27, avere ragazzi propri in lista significa liberare slot preziosi per i titolari.

Il terzo motivo è tecnico e meno quantificabile: un giocatore cresciuto nel club conosce l’ambiente, e nelle piazze ad alta pressione come Roma questo pesa.

Il passaggio più difficile: dalla Primavera alla prima squadra

Il punto critico di ogni vivaio non è la formazione, è il salto. In Italia il divario tra il campionato Primavera e la Serie A è ampio, molto più che in Germania o in Spagna, dove le seconde squadre giocano nei campionati professionistici e i ragazzi affrontano avversari adulti con anni di anticipo.

Il risultato è che il salto avviene spesso senza gradini intermedi: o il ragazzo entra nelle rotazioni della prima squadra, o va in prestito in Serie B, dove il tipo di calcio che troverà è quasi sempre diverso da quello per cui è stato formato. È il motivo per cui i club che vogliono valorizzare il vivaio devono scegliere con attenzione le destinazioni dei prestiti, e non limitarsi a piazzare il giocatore dove c’è posto.

Nella Roma il tema si intreccia con il calcio di Gian Piero Gasperini, che storicamente ha promosso giovani ma pretende da loro un livello atletico e una disciplina tattica molto alti: marcature a uomo su tutto il campo, esterni che coprono l’intera fascia, aggressività costante. Un ragazzo che arriva dalla Primavera in questo sistema viene messo alla prova e può arrivare a conquistarsi un posto in prima squadra.

Cosa aspettarsi dal nuovo corso

L’operazione avviata a Trigoria si giudicherà su due indicatori. Il primo è quanti ragazzi della Primavera entreranno stabilmente nelle rotazioni della prima squadra nei prossimi due anni. Il secondo è quanti verranno ceduti a cifre significative senza che la squadra ne risenta, perché anche questo è un modo di far funzionare un vivaio.

Il resto, dalle vittorie nel campionato Primavera ai tornei giovanili, è utile ma secondario: nessun club costruisce un settore giovanile per vincere il campionato Primavera. Lo costruisce per avere giocatori, o per avere risorse. La Roma, affidando la Primavera a un tecnico formato in casa e riorganizzando la struttura che la governa, ha detto quale delle due strade intende percorrere. Ora servono gli anni per verificarla.

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