L’opposizione in consiglio comunale a Piazza Armerina, dove detiene la maggioranza tecnica dei voti, ha approvato un emendamento della consigliera Aura Filetti che destina 50.000 euro a un fondo per i giovani. L’obiettivo della misura consiste nell’incentivare l’apertura di nuove attività commerciali all’interno del centro storico cittadino. La manovra, pur partendo da intenzioni lodevoli, si scontra subito con una realtà economica complessa e rischia di risolversi in un fallimento annunciato. Vediamo perché.
Il nodo cruciale degli affitti commerciali
Un fondo totale di 50.000 euro rappresenta una somma del tutto inadeguata rispetto ai costi reali necessari per avviare e mantenere un’impresa oggi. Il problema centrale a Piazza Armerina riguarda proprio le locazioni. Nelle vie collaterali e meno esposte i canoni possono scendere sotto la media. Chi vuole aprire un negozio punta però alle strade principali. Nelle vie centrali e maggiormente frequentate del nostro centro storico, il costo di partenza per affittare un locale commerciale ammonta ad almeno 6.000 euro l’anno.
Un aiuto insufficiente per fare impresa

La consigliera Aura Filetti
Un rapido calcolo dimostra l’inefficacia dell’iniziativa. Suddividere un fondo di 50.000 euro tra molteplici richieste significa consegnare a ogni giovane imprenditore una cifra irrisoria. La quota spettante riuscirebbe a malapena a coprire l’affitto dei primi mesi di attività. L’allestimento dei locali, le utenze, i contributi, le tasse e l’acquisto delle forniture ricadono interamente sulle spalle di chi prova a mettersi in gioco. Inoltre attività così isolate, e spesso stagionali, hanno bisogno di progetti comunicativi importanti ma anche abbastanza costosi.
Se l’amministrazione destinasse l’intero fondo a pochi progetti, così come suggerito da chi ha proposto l’emendamento nel caso in cui si volesse aumentare le possibilità di successo, la città perderebbe l’effetto di riqualificazione diffusa. Credere di poter rilanciare il cuore del commercio distribuendo piccole somme a pioggia significa ignorare le vere dinamiche del mercato. Il problema, vorrei ricordare alla consigliera Aura Filetti, non è aprire ma gestire.
Il fallimento di sistema in Italia e i bandi deserti
La casistica nazionale conferma questa cruda realtà. In Italia assistiamo a un fallimento di sistema che si ripete in modo quasi identico in moltissimi Comuni. Le associazioni di categoria, come Confcommercio e Confesercenti, documentano regolarmente come l’erogazione di piccoli fondi a pioggia per i centri storici si trasformi spesso in un buco nell’acqua. Il primo ostacolo riguarda la totale mancanza di adesione. Molti Comuni stanziano cifre simili a quella indicata dall’opposizione per poi scoprire l’assenza totale di domande. I giovani imprenditori e i loro commercialisti capiscono subito che un contributo una tantum di poche migliaia di euro non basta assolutamente a bilanciare i costi strutturali di un centro storico. Il rischio d’impresa resta quasi totalmente a carico del giovane, che preferisce rinunciare piuttosto che indebitarsi. Di recente persino grandi città come Firenze hanno registrato un flop di richieste per fondi destinati alla sicurezza dei negozi. Questo dimostra che il solo incentivo economico non smuove il settore in presenza di requisiti burocratici complessi o coperture parziali.
L’illusione della sopravvivenza a tempo
Nei rari casi di assegnazione dei fondi, il crollo arriva a scoppio ritardato, solitamente tra i 18 e i 36 mesi dopo l’apertura. Molti bandi impongono il vincolo di mantenere aperta l’attività per un periodo minimo per non restituire i fondi. Il giovane imprenditore usa il fondo perduto per i lavori di adeguamento iniziali, ma finisce poi schiacciato dai costi di gestione ordinaria. Gli affitti fuori mercato richiesti dai proprietari dei locali sfitti, il calo fisiologico dei passaggi e la concorrenza del commercio online azzerano i margini di guadagno. Non appena scade il vincolo temporale imposto dal bando, l’attività abbassa definitivamente la saracinesca. Il Comune torna esattamente al punto di partenza dopo aver speso migliaia di euro pubblici senza aver creato occupazione stabile.
I dati nazionali sulla desertificazione commerciale
I dati macroeconomici confermano l’inefficacia di queste azioni isolate. Gli studi sulla demografia d’impresa nelle città italiane, realizzati dall’Ufficio Studi di Confcommercio con il Centro Studi Tagliacarne, tracciano un quadro allarmante. Dal 2012 a oggi l’Italia ha perso oltre 111.000 negozi al dettaglio in sede fissa e la riduzione risulta molto più marcata proprio nei centri storici rispetto alle periferie. I settori che chiudono di più e che nessuno sostituisce sono l’abbigliamento, il commercio non specializzato, i libri e la ferramenta. Sopravvivono e crescono, trasformando il volto dei centri storici, solo le attività legate alla ristorazione e i servizi di alloggio.
Le vere cause del crollo commerciale
I motivi di questi fallimenti risultano ormai noti agli addetti ai lavori. Il contributo del Comune finisce spesso in gran parte nelle tasche dei proprietari dei muri. Questi ultimi mantengono canoni di locazione altissimi sapendo dell’aiuto pubblico incassato dal locatario. Manca inoltre l’accessibilità. Le zone a traffico limitato severe, l’assenza di parcheggi di prossimità e le difficoltà nel carico e scarico merci allontanano i residenti. Aprire un bel negozio in una via collaterale “buia” e senza un calendario di eventi o un piano di marketing territoriale equivale a costruire una cattedrale nel deserto. L’esperienza italiana dimostra che regalare piccole somme per aprire una saracinesca non funziona se l’amministrazione non lavora per rendere quell’area urbana commercialmente vivibile e attrattiva nel lungo termine.
La necessità di visioni a lungo termine
I ragazzi pronti a investire il proprio futuro necessitano di basi solide e non di mance elettorali. Senza un solido business plan e un periodo di affiancamento (mentorship), il rischio è che i giovani aprano l’attività attratti dai soldi facili del bando, per poi chiudere non appena finiscono i fondi o si presentano i primi veri costi di gestione (tasse, contributi, calo stagionale delle vendite). In questo caso, si tratterebbe di spreco di denaro pubblico.
Servono piani articolati e strutturali
Servono piani complessivi che partano dall’esigenza di animare le strade con eventi e iniziative di forte richiamo. L’amministrazione deve puntare a rilanciare ogni anno il brand della città in modo strutturato. Creando un ambiente vivace e attrattivo forse non occorrerebbero nemmeno incentivi economici per chi decide di fare impresa. La nostra città ha già vissuto questa esperienza positiva negli ultimi anni. Attuando questa precisa strategia abbiamo visto raddoppiare il numero di attività commerciali aperte nella storica via Garibaldi. La politica locale dovrebbe concentrare gli sforzi su una reale riqualificazione urbana capace di riportare le persone a vivere e passeggiare in centro. In sostanza l’emendamento appena approvato manca di pragmatismo e non affronta la radice del problema.
Nicola Lo Iacono