Chi ha vissuto anche solo un’estate in Sicilia, o ha ascoltato i racconti di chi ci abita da sempre, sa bene che in questa terra magnifica il rapporto con l’acqua sfiora quasi il sacro. L’attesa dell’erogazione, le vecchie cisterne sui tetti, le autobotti, i campi arsi dal sole: non stiamo parlando di banali disservizi amministrativi, ma di un disagio cronico che segna nel profondo la vita quotidiana delle persone. Ieri, però, dal palazzo della Regione è arrivata un segnale che promette di trasformare un mosaico rotto in un’immagine finalmente unita. La giunta guidata da Renato Schifani ha infatti approvato un disegno di legge che punta a riscrivere la storia della gestione idrica sull’Isola.
Un’unica voce per una sete antica
Fino a ieri, la Sicilia ha gestito la sua risorsa più preziosa dividendola in nove ambiti territoriali, tanti quante le ex province. Una frammentazione che ha spesso generato figli e figliastri, gestioni disomogenee e inefficienze. Il nuovo ddl spazza via questa logica e introduce un Ambito territoriale ottimale unico. Nasce così l’Autorità idrica siciliana (Ais), un ente che rappresenterà tutti i Comuni dell’Isola e che avrà il compito difficilissimo, ma vitale, di garantire una regia unica e coerente. Le vecchie divisioni non scompaiono del tutto, ma si trasformano in organi periferici con funzioni di consultazione e proposta, lasciando le redini decisionali al centro. È come se, dopo aver suonato per decenni in ordine sparso, l’orchestra avesse finalmente trovato un solo direttore.
Le infrastrutture al centro: curare le ferite di una rete colabrodo
Non è un segreto che l’acqua in Sicilia si perda spesso prima ancora di arrivare ai rubinetti, inghiottita da tubature colabrodo e infrastrutture che mostrano i segni del tempo. Il progetto del governo regionale non è solo un rimpasto burocratico, ma una vera e propria necessità di sopravvivenza tecnica.
A sottolinearlo con forza è Francesco Colianni, assessore regionale all’Energia. Le sue parole tradiscono l’urgenza di chi sa che non c’è più tempo da perdere: «Un disegno di legge che ha la portata di una vera e propria riforma e che prova a superare le criticità indicate da Corte dei Conti e Arera. Andiamo finalmente oltre la frammentazione del territorio, nella direzione di una gestione industriale su larga scala». Una gestione che, come ricorda l’assessore, dovrà permettere all’Isola di pianificare quegli interventi complessi su dighe, potabilizzatori e reti che sono l’unica vera cura per contrastare i deficit idrici.
La solidarietà prima dei bilanci: il diritto vitale all’acqua
Ma la vera anima di questa riforma, quella che più ci tocca dal punto di vista umano, riguarda l’equità. L’acqua non è una merce, è un diritto vitale. Il disegno di legge introduce il principio di una tariffa media ponderata regionale: in parole semplici, si cerca di riequilibrare i costi in modo che le bollette non siano più un terno al lotto a seconda della città in cui si ha la sfortuna o la fortuna di risiedere. Attraverso meccanismi di compensazione, il peso verrà ridistribuito.
E c’è un passaggio che merita un plauso speciale: la garanzia dell’accesso universale all’acqua. Il ddl blinda l’erogazione di 50 litri giornalieri per persona, un minimo vitale che lo Stato, o in questo caso la Regione, si impegna a garantire a prescindere da tutto. A questo si aggiungerà l’integrazione del bonus idrico per le famiglie in difficoltà economica. In un’epoca in cui spesso i bilanci oscurano i bisogni delle persone, ricordarsi degli ultimi e garantire loro la fonte stessa della vita è un gesto di profonda civiltà.
Ora la parola passa all’Assemblea regionale siciliana. La speranza è che la politica comprenda l’urgenza di questo cambiamento e non si perda nelle solite secche burocratiche.