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Una notte di musica e tensioni a Vienna

Pubblicato il 17 Maggio 2026 da Letto da 1.508 utenti

Articolo a cura di Lucia Sansone

Il palcoscenico dell’Eurovision Song Contest ha sempre avuto il magico potere di trasformarsi nello specchio fedele delle nostre anime, dei nostri tempi e, inevitabilmente, delle nostre fratture. L’edizione numero settanta, ospitata nella splendida cornice di Vienna, non è stata da meno. È stata una finale densa, dove la leggerezza del pop ha dovuto convivere con il peso della storia e della geopolitica. Alla fine, a stringere tra le mani il tanto agognato trofeo di cristallo è stata la Bulgaria, che per la prima volta nella sua storia sale sul tetto d’Europa grazie all’energia travolgente di Dara. Ma la musica, questa volta, ha dovuto spartire i riflettori con le profonde divisioni che hanno attraversato l’intera manifestazione.

Il trionfo dell’energia pura contro la paura

La canzone vincitrice si intitola “Bangaranga”, un pezzo dance vibrante, ritmato, capace di azzerare i pensieri e trascinare il pubblico in una dimensione di pura evasione. Dara, la giovane ed eclettica artista bulgara, ha letteralmente stregato l’arena evitando con cura ogni tipo di riferimento politico e puntando tutto su un messaggio universale di emancipazione. Quando nella “green room” le hanno chiesto il significato di quella parola così insolita, le sue parole sono arrivate dritte al cuore: “Bangaranga è un sentimento che tutti provano dentro di sé. È il momento in cui scegli di amare e non di avere paura”. In un momento storico in cui la paura sembra dominare le cronache quotidiane, questo brano è diventato una sorta di amuleto, un inno alla libertà di essere se stessi.

L’ombra del boicottaggio e le proteste

Dietro i sorrisi, i costumi sgargianti e le coreografie impeccabili, l’atmosfera di questa edizione è stata inevitabilmente segnata dalle pesanti assenze. Cinque paesi – Spagna, Paesi Bassi, Irlanda, Islanda e Slovenia – hanno scelto la linea dura del boicottaggio, decidendo di non partecipare in segno di protesta contro la presenza di Israele, legata al drammatico protrarsi del conflitto a Gaza. Questa scelta ha ridotto il numero dei paesi in gara a trentacinque, il dato più basso dal 2003, privando la kermesse di una fetta importante del suo storico pubblico. Vienna ha vissuto giorni di attesa vigile, con una massiccia presenza di forze dell’ordine e proteste che, fortunatamente, sono rimaste di minore entità rispetto ai timori della vigilia, nonostante qualche momento di forte tensione registrato durante le semifinali.

Il verdetto del televoto e i fischi nell’arena

Il finale di classifica ha ricalcato in modo quasi clamoroso lo scenario già visto lo scorso anno. Israele, in gara con la toccante ballata trilingue “Michelle”, si è classificato ancora una volta al secondo posto. A spingere il brano israeliano così in alto è stato, ancora una volta, l’enorme e compatto sostegno del voto popolare. Quando i punti del televoto sono stati svelati, facendo compiere alla canzone un balzo vertiginoso dall’ottavo posto fino alla cima della classifica, l’arena di Vienna si è spaccata in due: ai grandi applausi da casa si sono contrapposti i fischi ben udibili del pubblico presente in sala. Un momento di grande intensità emotiva che ha mostrato, plasticamente, quanto il concorso sia diventato un terreno di scontro che va ben oltre i meriti puramente artistici.

Dietro ai posizionamenti politici restano comunque le canzoni, come la suggestiva e infuocata esibizione dei finlandesi con “Liekinheitin” o la raffinata ballata dell’australiana Delta Goodrem, arrivate rispettivamente sesta e quarta. L’Eurovision 2026 si chiude così, lasciandoci negli occhi la gioia incredula di Dara e nelle orecchie il ritmo di una “Bangaranga” che, almeno per una notte, ha provato a curare con il ballo le ferite del mondo.

Lucia Sansone

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