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Il nemico che diventa alleato: quando i batteri combattono il cancro

Pubblicato il 21 Marzo 2026 da Letto da 1.280 utenti

C’è qualcosa di profondamente poetico nel pensare che la soluzione a uno dei mali più complessi della nostra epoca possa nascondersi proprio dentro di noi, in quegli organismi microscopici che spesso temiamo. Immaginate per un istante una squadra di piccoli “cavalli di Troia”, programmati non per distruggere una città, ma per infiltrarsi nel cuore di una fortezza tumorale e rilasciare lì, e solo lì, la medicina necessaria. Non è la trama di un film di fantascienza, ma la frontiera su cui sta lavorando il team di Tianyu Jiang dell’Università di Shandong.

La ricerca, fresca di pubblicazione sulla rivista PLOS Biology, ci racconta di come un ceppo batterico che già conosciamo bene, l’Escherichia coli Nissle 1917 (EcN), sia stato “gentilmente convinto” dalla scienza a trasformarsi in un soldato d’élite contro il cancro al seno.

La metamorfosi dell’Escherichia coli

L’idea di base è affascinante e terribilmente logica: i batteri hanno una naturale tendenza a colonizzare determinati ambienti del nostro corpo. Gli scienziati hanno preso questo probiotico e, attraverso un raffinato lavoro di ingegneria genetica, lo hanno trasformato in una micro-fabbrica chimica.

Il “carico” trasportato da questi microbi è la Romidepsina (FK228), un farmaco già approvato dalla FDA per le sue proprietà antitumorali, ma che spesso, se somministrato per vie tradizionali, fatica a colpire il bersaglio senza danneggiare il resto dell’organismo. In questo caso, il batterio non è solo il corriere, ma il produttore stesso del farmaco, capace di attivarsi proprio dove serve di più.

Una strategia a doppia azione nel cuore del tumore

Negli esperimenti condotti sui topi, i risultati sono stati sorprendenti. I batteri modificati hanno dimostrato una sorta di “bussola biologica”, accumulandosi preferenzialmente all’interno dei tessuti tumorali. Una volta lì, hanno iniziato a rilasciare la Romidepsina.

È qui che avviene la magia della “doppia azione” citata dagli autori: da un lato c’è la presenza stessa del batterio che interagisce con l’ambiente tumorale, dall’altro l’efficacia del farmaco rilasciato in modo mirato. È come se, invece di bombardare un’intera regione per colpire un obiettivo, inviassimo una micro-squadra capace di agire chirurgicamente dall’interno.

La prudenza è il cammino verso la speranza

Come sempre accade quando leggiamo di queste scoperte straordinarie, dobbiamo fare un respiro profondo e restare con i piedi per terra. Siamo ancora nella fase della sperimentazione animale. Il salto dal modello murino all’essere umano è una sfida immensa che richiede tempo, rigore e, soprattutto, risposte sulla sicurezza.

Dovremo capire come il corpo umano reagirà a lungo termine, quali potrebbero essere gli effetti collaterali di questa “occupazione batterica” e, non meno importante, come istruire questi microbi a “ritirarsi” una volta terminato il loro lavoro.

Tuttavia, la strada tracciata da Jiang e dai suoi colleghi apre uno spiraglio di luce incredibile. Ci insegna che la biologia, se compresa e guidata con rispetto e ingegno, può diventare lo strumento di cura più potente che abbiamo a disposizione. La battaglia contro il cancro è ancora lunga, ma oggi abbiamo un piccolo, microscopico alleato in più.

Luigi Schiavo per StartNews

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