stretto di messina

Ponte sullo Stretto, un nuovo studio svela la fragilità geologica dell’area

Pubblicato il 19 Febbraio 2026 da

L’area dello Stretto di Messina torna al centro del dibattito scientifico e infrastrutturale a seguito di una ricerca approfondita condotta dall’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (Ingv) in collaborazione con il Cnr e diversi atenei italiani ed europei. Lo studio offre una fotografia estremamente dettagliata della regione geologica sottostante il braccio di mare che separa la Sicilia dal continente, confermando una complessità strutturale che va ben oltre le conoscenze precedenti. I dati raccolti indicano che la zona è interessata da una dinamica sismica costante, figlia dell’incontro tra la placca africana e quella euroasiatica.

In questo scenario, la cosiddetta subduzione calabra gioca un ruolo fondamentale. Si tratta di un processo millenario in cui una porzione della placca ionica sprofonda sotto la Calabria, dando origine a un sistema articolato di faglie e depressioni marine. Proprio queste fratture della crosta terrestre, lungo le quali le masse rocciose scorrono l’una sull’altra, rappresentano la fonte dei terremoti che storicamente hanno colpito l’area, incluso il tragico evento del 1908.

I risultati della ricerca su trenta anni di attività sismica

Per giungere a queste conclusioni, i ricercatori hanno analizzato oltre 2.400 eventi sismici registrati in un arco temporale che va dal 1990 al 2019. L’analisi ha permesso di individuare due livelli distinti di attività nella crosta terrestre. Il primo strato, più superficiale, si colloca tra i 6 e i 20 chilometri di profondità, mentre il secondo si spinge tra i 40 e gli 80 chilometri. Questa stratificazione rivela la presenza di forze geodinamiche contrapposte: spinte estensionali nei livelli superiori e compressive in quelli più profondi, che contribuiscono a una deformazione continua del territorio.

La ricerca suggerisce che lo Stretto non sia un blocco unitario, ma piuttosto un mosaico di faglie interconnesse in perenne movimento. La stabilità della crosta è messa in discussione dalla presenza di scarpate morfologiche e dislocazioni nei sedimenti marini più recenti, segni evidenti di una tettonica attiva che non accenna a fermarsi.

Il monito degli esperti sulla sicurezza del progetto

Sui risultati della ricerca è intervenuto con decisione il geologo Mario Tozzi, primo ricercatore del Cnr, sottolineando come l’interazione tra i sistemi di faglie renda il quadro d’insieme decisamente più critico rispetto alle stime passate. Secondo l’esperto, l’evidenza di una tettonica così attiva e di fasce sismogenetiche così complesse impone una riflessione profonda e la necessità di ulteriori indagini tecniche prima di procedere con qualunque cantiere.

Tozzi ha ribadito la sua posizione critica riguardo alla costruzione del ponte, evidenziando il paradosso di un’opera potenzialmente sicura dal punto di vista ingegneristico ma inserita in un contesto territoriale fragile. L’esperto suggerisce che le priorità d’investimento dovrebbero concentrarsi sulla messa in sicurezza del territorio, sul contrasto al dissesto idrogeologico e sull’adeguamento antisismico dei centri abitati, piuttosto che sulla realizzazione di una singola grande infrastruttura in un’area dove la terra continua a muoversi.

Luigi Schiavo per Startnews

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