Striscia La Notizia

Il sipario si chiude su un’epoca: il lento addio a Striscia la Notizia

Pubblicato il 6 Febbraio 2026 da

C’è un momento preciso in cui un amore finisce, ma ci sono storie che, prima di spegnersi del tutto, trascinano un’agonia rumorosa. Quello che sta accadendo intorno a Striscia la notizia non è solo un cambio di palinsesto o una flessione negli ascolti: è la sensazione che si sia rotto quel giocattolo perfetto che per trent’anni ha scandito le cene degli italiani. L’impressione forte è che le parole di stima arrivate dai vertici di Mediaset, pur cariche di gratitudine per il lavoro di Antonio Ricci, somiglino più a un’orazione funebre elegante che a una conferma di fiducia. Un modo per ringraziare il passato, mettendo però un macigno definitivo sul futuro della trasmissione.

Tra logoramento e una comicità che non graffia più

Inutile girarci intorno: da qualche anno il bancone di Striscia mostrava segni di logoramento evidenti. Nonostante i tentativi di Ricci di rianimare il format, la sensazione era quella di trovarsi davanti a una tv di servizio ormai sclerotizzata. I servizi, un tempo taglienti e capaci di far tremare i palazzi del potere, si sono trasformati in rituali ripetitivi, quasi meccanici. Al netto del talento dei conduttori che si sono avvicendati, la comicità è scivolata verso un livello che fatica a reggere il confronto con i nuovi linguaggi della comunicazione. Il pubblico, che un tempo si sentiva protetto dal Gabibbo, oggi sembra cercare altrove quella freschezza che il tg satirico ha smarrito lungo la strada.

La clava contro Affari tuoi e la sindrome del rosicone

L’aspetto più amaro di questa fase finale è stato l’uso del programma come una clava contro la concorrenza. L’accanimento quasi ossessivo nei confronti di Affari tuoi e della fulminea ascesa di Stefano De Martino ha svelato un nervo scoperto. Più che una critica satirica, quella di Ricci è sembrata la reazione di chi non accetta il sorpasso, una sorta di “sindrome del rosicone” che ha tolto lucidità al racconto. Mentre la Rai affilava le armi con un linguaggio moderno e coinvolgente, Striscia si chiudeva a riccio, arroccata su battaglie che al telespettatore comune interessavano poco o nulla.

I numeri non mentono: il de profundis degli ascolti

Se il cuore della critica è il sentimento, i numeri sono la fredda realtà dei fatti. Perdere quasi un milione di spettatori nello spazio di tre puntate è un segnale che non può essere ignorato nei corridoi di Cologno Monzese. È un de profundis annunciato dai dati Auditel, che non lasciano spazio a interpretazioni benevole. La scelta di mandare il programma a “schiantarsi” contro un colosso granitico come Don Matteo sembra quasi una mossa deliberata: un modo per certificare la resa definitiva di fronte a un’evidenza ormai innegabile. Forse, dopo trent’anni, il regalo più grande che si può fare a un mito è permettergli di congedarsi prima che il rumore del declino copra del tutto il ricordo dei trionfi passati.

Nicola Lo Iacono

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