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Le due orse e il segreto della Stella Polare: le ancore del nostro cielo

Pubblicato il 2 Febbraio 2026da

Abbiamo parlato di giganti gassosi che vanno e vengono, di lune che cambiano faccia e di comete di passaggio. Ma c’è qualcosa nel cielo che rappresenta la certezza assoluta. Una sorta di “porto sicuro” per lo sguardo. Sto parlando delle due costellazioni più celebri, quelle che impariamo a riconoscere fin da bambini ma che spesso diamo per scontate: l’Orsa Maggiore e l’Orsa Minore.

In queste notti di inizio febbraio, dominate dalla luce invadente della “Luna della Neve” (di cui abbiamo parlato nello scorso aggiornamento), queste due figure restano i nostri punti fermi. Perché? Perché alle nostre latitudini non tramontano mai. Girano instancabili attorno al polo nord celeste, come lancette di un orologio cosmico che non si ferma mai.

Non chiamatelo solo “Grande Carro”

Facciamo subito una piccola distinzione, quasi un atto dovuto verso la grandezza di questa costellazione. Quello che tutti indichiamo col dito, quel “pentolino” formato da sette stelle brillanti, è in realtà solo una parte dell’animale. È il Grande Carro (o l’asterismo del mestolo), che disegna il dorso e la lunga coda dell’Orsa. L’Orsa Maggiore completa è molto più vasta: ha zampe che si estendono verso il basso e un muso che punta in avanti. Ma in queste sere invernali, con la Luna Piena che illumina il cielo a giorno, probabilmente riuscirete a vedere bene solo le sette stelle principali del Carro. Guardatele bene: stanno quasi “in piedi” sulla loro coda verso nord-est in prima serata. Sembrano pronte a rovesciare il loro contenuto sulla Terra.

Il trucco più antico del mondo: trovare il Nord

C’è un motivo se i marinai di mille anni fa amavano queste stelle. Il Grande Carro è la bussola naturale più affidabile che esista. Se non l’avete mai fatto, provateci stasera dal balcone, è un’esperienza che riconnette con la storia della navigazione umana. Dovete guardare le due stelle che formano il lato del “pentolino” opposto al manico. Si chiamano Dubhe e Merak. Sono i “Puntatori”. Immaginate di tracciare una linea che parte da Merak, passa per Dubhe e prosegue nel buio per circa cinque volte quella distanza. Boom. Incontrerete una stella solitaria, non eccessivamente brillante, ma ferma. Quella è la Stella Polare (Polaris). E avete appena trovato il Nord.

La piccola timida: l’Orsa Minore

Una volta trovata la Polare, avete trovato anche la punta della coda dell’altra orsa, quella Minore. A differenza della mamma, la “figlia” è molto più debole. Le stelle che compongono il Piccolo Carro sono tenui e, ve lo dico onestamente, con la Luna di questi giorni sarà una sfida vederle tutte, specialmente se abitate in città. Spesso si vede solo la Polare e le due stelle all’estremità opposta del pentolino (le “Guardiane del Polo”). Il resto del corpo sembra svanire nel chiarore del cielo. È come se l’orsacchiotto volesse restare nascosto, protetto dal bagliore lunare.

Un test per la vista (e una leggenda crudele)

Prima di rientrare al caldo, vi lascio con una piccola sfida visiva sull’Orsa Maggiore. Guardate la stella centrale del manico del Grande Carro. Si chiama Mizar. Se avete una vista d’aquila (e il cielo è limpido), potreste notare che non è sola. Appena sopra di lei c’è una stellina minuscola chiamata Alcor. Gli antichi persiani e romani usavano questa coppia come test per la vista per le sentinelle: se riuscivi a distinguere “il Cavaliere” (Alcor) dal “Cavallo” (Mizar), avevi occhi buoni per la battaglia.

E perché queste due orse hanno code così lunghe, anatomicamente impossibili per dei veri orsi? La mitologia greca ha una risposta un po’ brutale: Zeus, per salvarle dall’ira della moglie Era, le prese per la coda, le fece roteare e le lanciò in cielo con talmente tanta forza che… beh, le code si allungarono. Buona caccia alle orse stasera. Loro saranno lì, fedeli come sempre.

Luigi Schiavo per StartNews

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