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Il vaccino anti-Herpes Zoster può frenare la demenza? Un inatteso test dal Galles

Pubblicato il 4 Dicembre 2025 da

Una singolare prassi vaccinale nel Galles ha offerto agli scienziati una delle prove più chiare finora sull’efficacia di un vaccino nel proteggere dalla demenza. Una nuova ricerca guidata da Stanford Medicine ha esaminato i registri sanitari degli anziani gallesi, scoprendo che chi aveva ricevuto il vaccino contro l’Herpes Zoster (il noto fuoco di Sant’Antonio) mostrava una probabilità inferiore del 20% di ricevere una diagnosi di demenza nei sette anni successivi, rispetto a chi non si era vaccinato.

L’ipotesi virale e i risultati “sorprendenti”

Questi risultati, pubblicati il 2 aprile su Nature, rafforzano l’idea sempre più accreditata che alcuni virus che colpiscono il sistema nervoso possano accrescere il rischio di sviluppare la demenza. Se queste scoperte continueranno a trovare conferma, è possibile che esista già un modo pratico per contribuire alla prevenzione. Come spiega il professor Pascal Geldsetzer di Stanford, autore senior dello studio: «Era un risultato davvero sorprendente. Questo enorme segnale protettivo c’era, in qualunque modo si guardassero i dati».

Il virus dell’Herpes Zoster, lo stesso che provoca la varicella (il varicella-zoster), resta inattivo nelle cellule nervose dopo l’infezione, riattivandosi spesso in età avanzata e causando il fuoco di Sant’Antonio. La demenza, che colpisce oltre 55 milioni di persone nel mondo, è stata a lungo studiata concentrandosi sull’accumulo di proteine anomale nel cervello. Tuttavia, l’assenza di trattamenti risolutivi ha spinto i ricercatori a considerare altri fattori, tra cui le infezioni virali specifiche che potrebbero danneggiare il cervello nel tempo.

Un esperimento naturale quasi perfetto

Studi osservazionali precedenti avevano già suggerito un legame tra la vaccinazione anti-Herpes Zoster e un minor rischio di demenza, ma presentavano un limite: le persone che scelgono di vaccinarsi sono spesso più attente alla salute in generale. È noto che queste differenze nello stile di vita influenzano il rischio di demenza e non sono registrate nei database medici.

La politica vaccinale del Galles, con le sue rigide regole di età per l’ammissibilità, ha però creato un «esperimento naturale» quasi privo di questi preconcetti. Il programma nazionale, avviato il 1° settembre 2013, rendeva ammissibili solo coloro che non avevano ancora compiuto 80 anni a quella data. Questo ha permesso ai ricercatori di confrontare gruppi di persone di età quasi identica, la cui unica differenza sostanziale era l’ammissibilità al vaccino.

Confronti tra gruppi quasi omogenei

Il team ha analizzato i registri sanitari di oltre 280.000 anziani tra 71 e 88 anni, concentrandosi su chi aveva compiuto gli 80 anni appena prima o appena dopo la data spartiacque. Si partiva dal presupposto che le abitudini e i desideri di vaccinazione fossero simili nei due gruppi, ma solo i leggermente più giovani potevano accedere al vaccino. Geldsetzer sottolinea: «Quello che rende lo studio così potente è che è essenzialmente come un trial randomizzato con un gruppo di controllo – quelli un po’ troppo vecchi per essere ammissibili al vaccino – e un gruppo di intervento – quelli appena abbastanza giovani per essere ammissibili».

Il monitoraggio durato sette anni ha confermato che il vaccino riduceva l’incidenza dell’Herpes Zoster di circa il 37% nei vaccinati, in linea con i dati clinici. Ma il dato più significativo è stato riscontrare che, tra coloro che avevano ricevuto l’iniezione, la probabilità di una diagnosi di demenza era inferiore del 20%.

Oltre la prevenzione: possibili benefici terapeutici

I ricercatori non si sono fermati qui e hanno esaminato anche se i benefici potessero estendersi a chi mostrava già problemi cognitivi. Hanno osservato che le persone vaccinate avevano meno probabilità di ricevere una diagnosi di lieve deterioramento cognitivo.

Ancora più «emozionante» per Geldsetzer è stato notare che, tra gli individui che già soffrivano di demenza all’inizio del programma, chi si era vaccinato aveva una probabilità significativamente minore di morire di demenza nei nove anni successivi. Questo suggerisce un rallentamento della progressione della malattia nel gruppo vaccinato.

Un altro schema notevole emerso dallo studio è la maggiore efficacia protettiva del vaccino riscontrata nelle donne rispetto agli uomini. Le ragioni di questa differenza non sono ancora chiare, ma potrebbero dipendere dalle diverse risposte immunitarie o dalle modalità con cui la demenza si sviluppa nei due sessi. Al momento, si ignora ancora il meccanismo esatto attraverso cui il vaccino offre protezione, così come non si sa se un vaccino anti-Herpes Zoster più recente, che utilizza solo alcune proteine virali, avrebbe un effetto simile o superiore. Il prossimo passo, evidenzia Geldsetzer, è un grande trial randomizzato e controllato per avere l’evidenza più rigorosa possibile.

 

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