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Ponte sullo Stretto, la bocciatura dei contabili: un progetto fuori controllo tra costi triplicati e conti che non tornano

Pubblicato il 5 Novembre 2025 da

L’intervento della Corte dei Conti, che ha sospeso il via libera al progetto del Ponte sullo Stretto di Messina, ha innescato l’immediata reazione della maggioranza di governo, pronta a denunciare l’ennesima “invasione di campo” della magistratura. Eppure, come spesso accade, la realtà dei fatti è più tecnica e meno ideologica di quanto la politica non voglia far credere. I giudici contabili, il cui operato veniva celebrato dagli stessi esponenti di governo quando bloccava atti delle amministrazioni avversarie, non hanno espresso un parere sulla fattibilità ingegneristica o sull’opportunità politica dell’opera. Hanno semplicemente fatto il loro mestiere: controllare preventivamente come si intende spendere un’enorme quantità di denaro pubblico – 13,5 miliardi di euro – evidenziando criticità documentali e un’insostenibilità finanziaria che rischiano di trasformare l’opera in un buco nero per i contribuenti.

L’ombra dei documenti mancanti

La prima, e più formale, obiezione sollevata dalla Corte riguarda la documentazione. I giudici, che agiscono per legge a tutela dell’erario, hanno chiesto di vedere le carte complete che giustificano l’investimento pubblico più imponente previsto dal governo. La risposta, tuttavia, sarebbe stata insoddisfacente: parte dei documenti richiesti non sarebbe stata fornita, se non attraverso un link “semivuoto”, mentre la documentazione presentata è stata giudicata carente e, per certi aspetti, illegittima. I contabili hanno il compito di effettuare un controllo preventivo rigoroso; non possono concedere un via libera “al buio” su un progetto la cui struttura finanziaria e i cui costi appaiono tutt’altro che definitivi.

Da 4 a 13,5 miliardi: l’esplosione dei costi

Il cuore del problema risiede nell’enorme lievitazione dei costi. Il progetto, che ai tempi di Berlusconi era stimato in circa 4 miliardi di euro, ha visto il suo preventivo più che triplicare, raggiungendo la cifra monstre di 13,5 miliardi. Questo sforamento non è solo un dettaglio contabile, ma entra in conflitto diretto con le normative europee sugli appalti, che pongono un limite massimo del 50% agli extra-costi. Qui siamo ben oltre. Inoltre, è cambiata radicalmente la natura stessa del finanziamento: se in origine si parlava di un project financing che coinvolgeva capitali privati, ora il progetto è al 100% a carico dello Stato, che si accolla l’intero rischio d’impresa. Il tutto riattivando una vecchia gara d’appalto, mossa forse necessaria per evitare il pagamento di penali salatissime che la stessa amministrazione si era autoinflitta.

Un affare in perdita: il buco tra pedaggi e manutenzione

L’analisi della Corte dei Conti si è concentrata infine sul piano di sostenibilità economica, rivelandone l’apparente inconsistenza. Le stime sui futuri pedaggi sono confuse: il ministro Salvini ha ipotizzato 10 euro per le auto, mentre la società Stretto di Messina parla di 7 euro. Basandosi sulle previsioni di traffico (circa 1,7 milioni di auto e 800.000 mezzi pesanti l’anno), si arriverebbe a un incasso stimato di circa 40 milioni di euro annui. Il problema è che i costi di gestione e manutenzione, tra ordinari e straordinari, sono stimati in 113 milioni l’anno.

Questo significa un deficit operativo di oltre 70 milioni di euro ogni anno, che andrebbe a gravare sulla fiscalità generale. Per coprire i soli costi di gestione, senza nemmeno considerare l’ammortamento dell’investimento iniziale, il pedaggio per un’auto dovrebbe schizzare a 28 euro e quello per un TIR a 56 euro. Cifre irrealistiche, specialmente in un contesto che vede il traffico marittimo sullo Stretto già in calo, eroso dalla concorrenza molto più rapida ed economica del trasporto aereo.

Il vero nodo: i soldi dei contribuenti

Lo stop imposto dalla Corte dei Conti non è, quindi, un “no” ideologico all’opera, ma un “alt” motivato dal dovere di tutelare il denaro pubblico. Le obiezioni sollevate riguardano la trasparenza della documentazione, l’abnorme lievitazione dei costi e un piano finanziario che, allo stato attuale, non sta in piedi. Prima di costruire il ponte, sembra dire la Corte, è necessario assicurarsi che il progetto non diventi un ponte verso il default.

Attilio Franchi per StartNews

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