Mafia e dittatura una riflessione di Mario Antonio Pagaria

Mafia e dittatura una riflessione di Mario Antonio Pagaria
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“Le passioni umane si fermano solo dinanzi a una potenza morale che rispettino. Se manca una qualsiasi autorità di questo tipo, la legge del più forte regna e, latente o acuto, lo stato di guerra è necessariamente cronico.”
È una citazione di Emile Durkheim, padre della sociologia. Non me ne vogliano i sociologi se mutuo questa sua proposizione relativa. Corollario a suddetta citazione è lo stato di subalternità verso un “potere discutibile” , caratterizzato da subcultura, condizione dalla quale non può prescindere chi studia le “patologie” di nuclei sociali “ malati” come quelli su cui si basa la vita di provincia. Quando muoiono gli ideali, difatti, o quando essi sono sopiti, anzi peggio, sedati, da un comune e stereotipato modo di pensare, perisce la società stessa, e si acquisisce un modus operandi “anarchico” ( nell’accezione negativa di disordine caotico ) di impostazione della vita sociale. È un assioma, questo, che difficilmente, passi la presunzione, può essere smontato da qualsiasi aporia, per quanto essa, di spontanea generazione. Ed è così che la gente “obbedisce” ad una scala gerarchica subvaloriale, cui apogeo è significato dal termine “provincialismo” (arretratezza, grettezza, etc.). Una gerarchia sottovaloriale, fondata e basata su bigotti tradizionalismi, eretti a paradigmi negativi, da cui è difficile affrancarsi o affrancare una aggregazione umana e sociale.

Ed ecco che si creano falsi miti, quale quello della confraternita, del club service, del “tifo” parossistico verso squadre di calcio, di associazioni folkloristiche, che confluiscono in una solidarietà di facciata e superficiale, non più questi intesi da una propensione derivante da associazioni di uomini, rivolti al perseguimento del bene comune nella sua aulicitá, ma fini a sé stessi e spogli dei veri valori positivi fondanti , come l’amore e il bene che li dovrebbero caratterizzare ma confluenti in valori negativi, come ansie, paure e frustrazioni. Da ciò scaturiscono falsi leader , prepotenti, cinici, che, possedendo qualche spanna di furbizia ( da non confondere con l’intelligenza) in più rispetto ai loro simili (“la furbizia è il contrario dell’intelligenza più di quanto non lo sia la stupidità”. Cit.) sottomettono gli ingenui, gli sciocchi, al loro modus vivendi, basato sulla dispensazione di diritti, come favori, ingenerando, così, un rapporto di subalternità e di riconoscenza verso il “capetto”locale. E così nascono le mafie, non intese come attrici di spargimento di sangue o collocazione di bombe, ma intese in senso di terrorismo psicologico.

“L’operaio conosce cento parole, il padrone mille; per questo è lui il padrone” (Cit. Don Milani). Ovviamente le mille parole che conosce il padrone, in questo caso, appartengono ad un’aggregazione, il cui lessico è molto povero e consente al padrone stesso, di diventare tale. E così un popolo viene assoggettato, imbrigliato, soggiogato da mille false parole, da mille diritti trasformati in atti di cortesia, dai quali, scaturigine, è il clientelismo e dove il qualunquismo la fa da padrone. Mai può essere più negativo in un “civile consorzio” , quando, partendo dal presupposto che in esso vige o dovrebbe vigere un sistema democratico, di una cattiva e sproporzionata distribuzione del potere politico che proviene da plebisciti o maggioranze bulgare. Così vengono a mancare il confronto, il dialogo, intesi come dualismi o antiteticitá che dovrebbero confluire in una sintesi democratica. È il trionfo dell’arroganza e della prepotenza, È la precursione delle dittature e delle mafie, imperniate queste ultime su una pseudo difesa del debole davanti alla cd negatività delle leggi dello Stato, che bisogna eludere perché “fregano” il cittadino (o il popolano ignorante?). Come fare per evitare tale sistema? Si rende necessario che ogni uomo coltivi interessi davvero culturali e non falsi; interessi culturali, come il cinema e il teatro, che fanno volare lo spirito e generano creatività; i libri, ovviamente, siano essi romanzi, saggi o quanto altro; lo sport non inteso più fra contrapposizioni volgari tra squadre e curve di stadi, da dove provengono spesso odi razziali e violenza, ma lo sport inteso come espressione di una specialità atletica che prescinda dalla esaltazione del vincitore e rispetti lo sconfitto. Solo così l’individuo diventa “animale sociale” rispettoso della legge e delle istituzioni democratiche. Solo così, l’uomo, il cittadino, potrá scoraggiare e sconfiggere la prepotenza e l’arroganza fonti di tutto il malaffare.
Mario Antonio Pagaria

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