Dallo spazio alle nostre tavole: il cibo “spaziale” potrebbe cambiare le nostre diete

Una delle polemiche spesso sollevate nei confronti degli investimenti nella ricerca aerospaziale riguarda la credenza secondo cui tale ricerca sia di fatto inutile per gli abitanti del pianeta. Perché pensare ad andare sulla Luna, quando qui abbiamo la crisi economica e le malattie da debellare!

In realtà, non c’è niente di più falso: secondo alcune ricerche, per ogni dollaro investito in ambito aerospaziale, c’era un ritorno di 7-14 dollari nell’economia. A spiegarcelo è Paola Cane, responsabile commerciale di ReadyToLuch perArgotec, azienda torinese. Il progetto ReadyToLunch (amato da Esa Nasa) che mira a creare cibo per gli astronauti della stazione spaziale internazionale e vuole portare le conoscenze e le ricerche in ambito Space Food sulle tavole di tutti noi. La mente di questo progetto è Stefano Polato, chef originario di Monselice (Padova) che dopo anni di ricerca in tema di cibo funzionale è approdato nel mondo dello space food. The Social Post lo ha intervistato per conoscere i segreti della “ristorazione per astronauti” e per scoprire quanto le sue ricerche siano fondamentali anche per i “terrestri”.

Cibo su misura per astronauti…e terrestri

Stefano Polato ha studiato il cibo per anni: in particolare, è da sempre stato interessato a uno studio delle materie prime che, gli permettesse di creare “alimenti che avessero delle spiccate proprietà nutrizionali e potessero dare una mano alle persone che mangiavano questi cibi”. In particolare aveva“intrapreso la strada dei metodi di cottura alternativa, ovvero metodi che non degradassero il cibo di partenza, in particolare modo mi ero spinto verso la cottura sottovuoto a bassa temperatura”. Il suo lavoro in questa direzione qualche anno fa ha interessato Argotec, che gli ha proposto di lavorare all’alimentazione degli astronauti italiani che avrebbero passato mesi e mesi sulla stazione spaziale, e che avevano espresso il desiderio di avere dei pasti godibili, apprezzabili, e che non mettessero a repentaglio il loro equilibrio fisico. Da subito Stefano ha la percezione dell’importanza di un ruolo del genere: “La regola numero uno in campo aerospaziale è: l’errore non è un’opzione, tutto dev’essere perfetto. Ho subito capito il ruolo che andavo a svolgere sarebbe stato di estrema responsabilità”.

Condividere i pasti per sentirsi a casa

La sua non era una missione semplice: consisteva nel “rendere gli alimenti appaganti dal punto di vista organolettico ma che possano essere conservabili nello spazio, perché il trattamento che devono subire prima solitamente intacca molto il gusto finale”. Le regole imposte da Nasa e dalle condizioni della ISS sono severissime: bandite briciole e residui di liquido, che potrebbero volare in giro per la stazione spaziale e intaccare le strutture, creare dei problemi. Niente sale, che può rivelarsi dannosissimo per gli astronauti, soprattutto nel primo periodo in orbita: “Dev’essere arginato per permettere una ridistribuzione dei fluidi corporei. Per non parlare di quello che succede alle nostre cellule in quel contesto: deperimento cellulare accelerato, alto rischio d’infiammazione dei tessuti. Stefano si è ritrovato a dover studiare le materie prime per trovare continui espedienti che non sacrificassero oltremodo la componente gustativa. Anche perché, sulla ISS, la nostra bocca non è la stessa: I gusti sono falsati o comunque deficitario, sia l’olfatto che il gusto, anche solo perché qui sulla terra la gravità fa sì che quando inghiottiamo qualcosa questo qualcosa si appoggi sulla lingua e noi mastichiamo di conseguenza”.

Stefano Polato e Samantha Cristoforetti
Stefano Polato e Samantha Cristoforetti (foto per gentile concessione di Argotec)

Per chi deve passare mesi e mesi all’interno di uno spazio molto limitato, in condizioni di gravità inusuali e lontano da casa, il cibo può diventare un alleato molto potente. Il lavoro di Stefano Polato è un’inversione di marcia rispetto alle “razioni K” che, in precedenza, venivano date agli astronauti: “Quasi tutti ci chiedono i piatti che di solito mangiano e che gli piacciono ed è come se attraverso i sensi ci fosse appagamento fisico e psicologico ed è come se attraverso i sensi si potesse per un attimo tornare sulla terra”. Oggi, anche la stazione spaziale conosce il concetto del “gustare del cibo insieme”: “Far sì che il cibo diventi condivisione e convivialità è fondamentale. Ritorniamo al senso originale della tavola “.

Ricerca per lo spazio, progresso per la terra

La grande novità, però, è che i cibi creati da Stefano Polato sono pensati per essere ottimi anche per i “terrestri”, come amano definirci i professionisti di ReadyToLunch, divisione interna di Argotec che produce il cibo space food. Non solo: Argotec crea eventi al fine di avvicinare le persone alla conoscenza di un cibo concettualmente diverso. Non servito su un piatto, porzionato da una teglia, bensì contenuto in una busta e contenente tutti i principi nutrizionali necessari per un’alimentazione equilibrata. “L’obbiettivo è non solo di migliorare l’alimentazione per gli astronauti ma anche di portare quanti benefici per tutti i terrestri, ecco perché è nata la linea ReadyToLunch, ovvero la linea di prodotti”.

stazione spaziale internazionale
Stazione spaziale internazionale (fonte: NASA/Crew of STS-129)

Torniamo dunque al concetto iniziale: praticamente nulla di quanto creato nella ricerca aerospaziale si è rivelato inutile al progresso dell’umanità che, intanto, ha tenuto i suoi piedi ben piantati sul globo terrestre. È questo, dunque, ciò che muove la crescita di Argotec, azienda giovanissima (anche anagraficamente: l’età media dei suoi dipendenti è di 29 anni) ma già notissima nell’ambiente: “Facciamo ricerca dedicata a sviluppare tecnologie che possano avere un ritorno immediato nella terra: ricerca nello spazio per aiutare noi, sulla Terra. La grande forza è sempre stata quella di reinvestire nella ricerca e per la crescita aziendale”.

(Immagine in alto per gentile concessione di Argotec)

FONTE: https://www.thesocialpost.it

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