Aumenta l’allarme per le microplastiche: rilevate anche nell’uomo

Non è la prima volta che le organizzazioni internazionali mettono in luce la pericolosità del fenomeno microplastica. Questa volta a lanciare l’allarme è Greenpeace, attraverso una recente ricerca scientifica nata dalla collaborazione con l’Università di Incheon in Corea del Sud. Lo studio, pubblicato sulla rivista Environmental Science & Technology, si è concentrato sul sale da cucina di diversa provenienza. Su trentanove campioni di sale analizzati, ben trentasei contenevano pezzi di plastica di dimensione inferiore ai cinque millimetri. Si tratta del tipo di plastica utilizzato comunemente per l’imballaggio dei prodotti. Frazionato in piccolissime parti e poi disperso nell’ambiente, rischia di contaminare molti alimenti di cui ci nutriamo ogni giorno. Alcuni campioni di sale contaminato provengono anche dall’Italia.

La ricerca di Greenpeace

Giuseppe Ungherese, responsabile della Campagna Inquinamento di Greenpeace nel nostro Paese, ha precisato: “Numerosi studi hanno già dimostrato la presenza di plastica in pesci e frutti di mare, acqua di rubinetto e adesso anche nel sale da cucina. Questa ricerca conferma la gravità dell’inquinamento da plastica e come per noi sia ormai impossibile sfuggire a tale contaminazione”. Lo studio, inoltre, mette in luce come la situazione più difficile sia sicuramente osservabile in Asia, regione nella quale si è raggiunto il picco di contaminazione di 13mila microplastiche per chilogrammo. Nei campioni di sale italiano la situazione è meno preoccupante, anche se si è rilevato un numero di particelle compreso tra 4 e 30 unità per chilogrammo.

Alcune microplastiche arrivano fino al fegato

La vera domanda è cosa possa accadere a queste particelle una volta finite all’interno del corpo umano. Una possibile risposta proviene da un’altra ricerca, condotta dall’Agenzia dell’Ambiente austriaca. Essa ha preso in esame un piccolo di gruppo di persone da Europa, Giappone e Russia. Nelle feci di tutti i partecipanti sono state trovate microplastiche. È la prima volta che il problema viene riscontrato così chiaramente nell’essere umano. Philipp Schwabl, ricercatore presso l’Università di Medicina di Vienna, ha dichiarato: “Questo è il primo studio nel suo genere e conferma ciò che sospettavamo da tempo,  ovvero che la plastica alla fine raggiunge l’intestino umano. Le particelle microplastiche più piccole sono in grado di entrare nel flusso sanguigno, nel sistema linfatico e possono persino raggiungere il fegato”. Rimane da capire in quali alimenti si annidino in prevalenza le microplastiche, anche se 6 persone sulle quali cui è stata condotta la ricerca hanno dichiarato di mangiare regolarmente pesce.

Possibili soluzioni

Gli autori dello studio hanno sottolineato l’importanza di una riduzione nell’utilizzo della plastica e di un progressivo incremento nella pratica virtuosa del riciclo. In questo senso si è recentementemossa anche la Comunità Europea, che ha bandito la plastica monouso, come quella utilizzata per piatti, bicchieri e forchette. Anche Greenpeace ha fatto la sua parte, lanciando nei mesi scorsi una petizione sottoscritta da quasi due milioni di persone in tutto il mondo. L’obiettivo è quello di spingere le grandi multinazionali a ridurre l’impatto di imballaggi e contenitori sull’ambiente in cui viviamo.

 

Fonte: https://www.thesocialpost.it

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